COP22, tra spauracchi e segnali forti: un breve commento

Non capita spesso che due eventi internazionali di simile importanza si sovrappongano come è avvenuto nelle scorse settimane. L’elezione di Donald Trump alla Presidenza USA e la 22esima Conferenza delle Parti si sono avvicendati a un ritmo che non ha dato spazio a riflessioni a freddo da parte di nessuno, ma per certi versi è stato meglio così. L’arrivo alla Casa Bianca di un dichiarato negazionista del cambiamento climatico ha da un lato monopolizzato, ammettiamolo, la 22esima Conferenza delle Parti e la relativa comunicazione all’esterno, ma dall’altro ha fatto da cassa di risonanza e dato un significato tutto speciale a una Conferenza che avrebbe potuto passare quasi inosservata.

Le (vaneggianti?) politiche energetiche di Trump hanno allarmato anche i meno informati, che in tutta risposta hanno trovato nella COP22 un movimento internazionale carico di una emotività forse esagerata, ma tutto sommato significativa e memorabile.

Dalla COP dell’azione a quella dell’unione?

cop22Il Proclama di Marrakech per il Nostro Clima e lo Sviluppo Sostenibile è probabilmente un documento conclusivo poco concreto rispetto a quanto ci si era proposti, e quella che doveva essere la “Conferenza dell’azione”, di azione e di decisioni ne ha offerte troppo poche. L’incombere dello spauracchio Trump, secondo molti commentatori, ha distolto l’attenzione dai lavori “seri” in programma. Ma siamo convinti che in un modo o nell’altro anche Marrakech resterà una di quelle Conferenze da ricordare. Non come una “svolta” concreta quale può essere stata Parigi, ma come simbolo di quella unione nella lotta al cambiamento climatico che tutto il mondo sta prendendo (finalmente) a cuore.

Probabilmente è proprio questo, alla fine, il risultato maggiore che si è ottenuto a Marrakech. E tutto sommato, di questi tempi, anche solo un segnale di unità non è poi da buttare.